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saranno famosi

Un anno di missione in una pagina

A settembre 2019 don Massimo ha suonato la carica al grido: «Responsabilizziamo i vicini e avviciniamo i lontani». Noi tre, Goffredo, Tiziana e Mariapalma, lo abbiamo seguito e, come primo passo, abbiamo catechizzato e sollecitato il gruppo dei giovani alla novità. Hanno risposto impegnandosi prontamente nei vari gruppi del catechismo, dello sport e nell’organizzazione di … Continue reading

Che fatica

Non so come sia potuto accadere, ma da giorni il sito non mi ha consentito l’accesso. Avevo scritto un po’ di novità che ormai non sono più.

Nei nostri villaggi, fino ad ora, tutto si svolge regolarmente. Ci sarebbe l’uso obbligatorio della mascherina; dico ci sarebbe perché è molto difficile che qualcuno lo rispetti. Noi siamo continuamente esposti al rischio di contagio a causa di una opinione diffusa che qui virus non ce n’è.

Quando anni fa, prima di partire, facemmo il corso missionario della Conferenza Episcopale Italiana (basta sigle anche se CEI si dovrebbe conoscere), ci dissero di condividere, condividere, condividere. Non quello che portiamo noi, da propinare e somministrare come la santa verità, ma la vita delle persone che incontriamo da accogliere e fare nostra, condividere appunto.

Vorrei proporre una riflessione sul fatto che spesso, difronte a situazioni molto più grandi di noi, agiamo sottovalutandole, non per inconscienza ma per ridurle alla nostra portata. Invidio questa sorta di resilienza degli albanesi di rispedire al mittente il covid 19. E’ un popolo che ha sofferto molto nel XX secolo: le pene di un sistema totalitario di cui ancora oggi si piangono i morti e la disastrosa “diaspora” di un paese svuotato dall’emigrazione. Famiglie divise e spesso, a causa della clandestinità, impossibili da ricongiungere.

Alla povertà diffusa e all’ingiustizia sociale qui nessuno a voglia di aggiungere altri problemi, meglio negarli. Vi prego, pregate per noi.

Ciao, alla prossima, Goffredo

Parte don Massimo, la missione resta

E’ trascorso quasi un mese dal congedo di don Massimo, sia dalla missione e sia dal blog. Già ne sentiamo la mancanza, sia perché il suo stare con noi in Albania ha fatto la differenza, sia perché scrivere per raccontare non è il mio forte e già so che sarà difficile tenere il suo ritmo di fedeltà al racconto. Proprio quest’ultimo aspetto dice molto sulla mancanza che già sentiamo di lui. In una realtà sfuggente, dove lo zapping dal televisore si è spostato sui nostri telefoni tanto che non arriviamo quasi mai in fondo a nessun post, figuriamoci poi ad un articolo, don Massimo rappresenta l’eccezione di chi sulle reti sociali, oltre a scrivere, legge fino in fondo. A noi, che abbiamo vissuto con lui, lascia il raro privilegio di esserci sentiti davvero ascoltati e di aver potuto, con l’aiuto di Dio e senza nascondere mai le differenze di vedute, saper costruire e custodire l’armonia della nostra piccola comunità missionaria.

Mentre in terra di Albania restiamo io, mia moglie Tiziana e Mariapalma, in stato di missione restiamo tutti. Sicuramente don Massimo ci resterà vicino e ci accompagnerà con il suo esserci a prescindere dalle distanze. Mentre, ci auguriamo, la Chiesa di Pescara-Penne non spegnerà i riflettori sulla realtà missionaria della diocesi, considerandosi già coi “remi in barca”. Carissime comunità parrocchiali della nostra diocesi, siamo all’ultimo anno del nostro terzo mandato triennale. Forse l’anno prossimo rientreremo o forse no. Non dipende solo da noi, ma dal discernimento che tutti siamo chiamati a fare. Possono terminare un mandato missionario e una missione? Certamente si! Ma l’essere costantemente in stato di missione non è forse un segno distintivo di ciascun battezzato? In quali luoghi dell’umanità, dunque, vogliamo andare? Qui in Albania ce n’è uno e le attività pastorali della missione sono iniziate a pieno ritmo e noi desideriamo, con l’aiuto di Dio, donarci alla comunità che la Chiesa di Pescara-Penne e quella di Sapa, in Suo nome, ci hanno donato.

Ciao, alla prossima. Goffredo

Mabë, 24 Agosto 2020

Carissimi,
sono in camera a Mabë. Provo a scrivere qualcosa, ma questa volta è più difficile. In questi giorni sto preparando le valigie, togliendo i quadretti di cartone delle foto dalle pareti, mettendo le ultime firme…

Sabato sera abbiamo celebrato la Messa di ringraziamento all’aperto a Mabë con il vescovo Simon e tante persone.

Il servizio in Albania finisce così un anno prima del previsto e da un lato me lo aspettavo. È anche giusto. È tempo che l’Albania cammini con le sue gambe, con le sue forze e, forse, è anche tempo che cominci a restituire quello che ha ricevuto. Più volte ne abbiamo parlato con il vescovo. I tempi e i modi avrebbero potuto essere diversi.

Per la diocesi di Pescara mi spiace molto.
Il gemellaggio, infatti, era nato sia per rispondere ad una richiesta di aiuto, da parte di un vescovo amico albanese, sia per aprire la diocesi di Pescara alla missione ad gentes E dare la possibilità a chi lo desiderasse di vivere un’esperienza missionaria a due passi da casa respirando l’essenza della chiesa, la sua varietà, la sua universalità.

La realtà però è stata diversa. Ormai sono sei anni, per esempio, che gli Uffici Diocesani non propongono più esperienze in Albania, né ai giovani, né alle famiglie, né agli studenti. Nemmeno le associazioni più sensibili come gli Scout e l’Azione Cattolica lo hanno più fatto…
Ho provato a chiedere ai Vicari di venire a trovarci, ai responsabili degli uffici di venire a prendersi un caffè. Le priorità sono altre, lo capisco.
Chiaramente però, così facendo, ha perso di senso la nostra presenza: non siamo infatti qui per nostra scelta, ma perché inviati a nome di tutta la diocesi.

Anche questo forse è un segno che i tempi stanno cambiando. La missione non ha più il fascino di prima. C’è da ripensarla…

La presenza sul nostro territorio di molti fratelli e sorelle immigrati ha infatti cambiato drasticamente anche il modo di vedere la missione. È come se, finché sono stati lontani, la loro povertà ci dispiaceva e si moltiplicavano le iniziative, oggi, visti da vicino, e spinti da giornalisti e giornali improponibili che cavalcano gli istinti più bassi, ci danno fastidio, ci sentiamo accerchiati, assediati, abbiamo paura. La loro povertà, che è il motivo principale delle loro partenze, non ci interessa più, non ci riguarda.

Anche dall’Albania scappano tutti. Migranti economici chiaramente… Solo che hanno fratelli, sorelle, zii, cugini, in Italia che li ospitano. Non finiscono sicuramente nei centri!
Sanno delle difficoltà che ci sono in Italia, ma la scuola è comunque di molto migliore, la sanità è comunque migliore, l’aspettativa di vita è migliore, e poi, se lavori, guadagni almeno 800/900€ al mese contro i 130/150€ di qui. Ma soprattutto, prima di tutto, c’è la speranza di un futuro diverso, migliore, per i propri figli!

D’altra parte l’esperienza del lockdown è stata veramente forte per me. Ha suscitato tantissime riflessioni… Ecco, quest’anno vorrei provare a riprenderle, a non farle scivolare via così. È tempo di grazia, di cambiamenti possibili, sia dentro che fuori di noi. Abbiamo avuto troppa fretta forse di tornare alla vita di prima.

L’Albania mi ha insegnato la lentezza, la cura delle relazioni, ma soprattutto il valore del tempo. Spero di non dimenticarlo.

Non so ancora dove andrò, penso sia questione di giorni ormai. Tornando in Italia dovrò fare di nuovo la quarantena. Potrò uscire dopo la metà di settembre! Vi terrò aggiornati.

Toccherà a Goffredo, Tiziana e Palma, se lo vorranno, continuare il blog. Per me scrivere con puntualità è stata una scelta e un dovere di restituzione rispetto a chi mi aveva inviato. Capisco però anche che siamo diversi e non è un limite, ma una ricchezza…

A presto!
Faleminderit Shqiperia…