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“Pse me këmbë?”

“Pse me këmbë” è la domanda che mi fanno quando mi vedono camminare per strada. “Perché a piedi” mi chiedono quelli che, dai campi, mi vedono tornare a casa non in macchina con Goffredo e Tiziana. Di solito, nei bei pomeriggi invernali e di primavera, tornando a casa dalle nostre attività di Mabe o Dragushe, io mi faccio lasciare a circa 1,5 km a mezzo da casa nostra. Perché? Per camminare un pò, per fare un pò d’esercizio fisico e ammirare il paesaggio, ascoltare gli uccelli e sentire gli odori della campagna, che specie in questo periodo, si risveglia. Perché per spostarci da un luogo all’altro, viste le distanze, usiamo la macchina. Perché parte del nostro tempo lo passiamo seduti a studiare e a preparare le attività per i nostri villaggi. Allora camminare diventa un momento per pensare, pregare, parlare al telefono con qualcuno, ascoltare il rumore dei propri passi, ammirare la natura che ti circonda e, alle volte, tornare indietro con i ricordi. Succede però un fatto strano, o meglio, per noi può sembrare strano, ma qui é “un servizio vicendevole”: succede che la gente si fermi e ti voglia dare un passaggio in motorino, in macchina o sul carretto tirato dall’asino. Perché la maggior parte delle persone, nei villaggi, non ha la macchina e si sposta a piedi, con il motorino (a volte abbiamo visto padre, madre e figlio, anche neonato, sopra un motorino) o con i “furgoni”, pulmini che collegano le varie città tra loro. Spesso la distanza tra il villaggio e la strada principale é più di 1 km: piove a dirotto o c’è il sole, le gambe sono l’unico mezzo che si ha per arrivare a prendere un “furgone”. Ecco perché le persone quando mi vedono andare a piedi, per mio diletto, si chiedono perché visto che ho la macchina, mentre loro vanno a piedi per necessità. Succede così che anche noi abbiamo preso questa bella abitudine del “servizio vicendevole”, ovvero quando ci mettiamo su strada e vediamo persone a piedi ci femiamo e chiediamo: “ku shkoni?” “dove andate?” e se siamo di strada, le carichiamo. Succede che quando io sono a piedi e qualcuno si ferma, io dico gentilmente “jo, faleminderit” “no, grazie” e il più delle volte insistono, e quando capiscono che non sono del posto (dopo qualche secondo circa) allora chiedono scusa e continuano. Qualche volta ho accettato il passaggio: una volta su un furgone rosso, una famiglia del nostro villaggio, l’ultima volta da un perfetto sconosciuto in motorino. Perfetto sconosciuto molto gentile…..una cosa del genere é impensabile nelle nostre realtà. Dove chi ci dà un passaggio può essere un maniaco o chi lo cerca solo un delinquente. Qui invece la strada diventa condivisione di un percorso da fare insieme, perché poi tu lo farai con qualcun altro. “Pse me këmbë?”

Mariapalma

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