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Un simpatico racconto di Virgilio, Franco e Ettore

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Tre uomini a Mabe

Finalmente siamo in autostrada. Pennelli, rulli, aste, vernice, mazza edile (una mazza?!), e poi fette biscottate, biscotti, pasta (penne lisce!), conserva. Nel furgone c’è entrato tutto ed anche gli immancabili arrosticini, gradita sorpresa per i nostri amici in Albania.

Saliti sulla nave ci godiamo uno splendido tramonto sull’Adriatico, dividendoci pizze e panini. La traversata notturna fila via liscia, e quindi un sole nebbioso ci dà il benvenuto a Durazzo.

Dopo un controllo (apparentemente) accurato alla dogana, ci affidiamo a Goffredo che ci aspetta per accompagnarci a destinazione. La prima è Kodhel, dove i nostri missionari laici hanno la propria sede. Salutiamo Tiziana, alle prese con vari operai che cercano di sanare un black-out che si protrae ormai da giorni. La nostra preoccupazione, è inutile dirlo, riguarda gli arrosticini: saremo “costretti” a cuocerli tutti stasera? Mariapalma è impegnata a Skutari in un campo di formazione per i giovani, e la vediamo solo alla fine della settimana.

Nel pomeriggio raggiungiamo Mabe, dove ci attendono i lavori. Siamo visibilmente emozionati, non sapendo bene di che cosa si tratta ed avendo vaghi ricordi della grandezza della chiesa da ritinteggiare. Per fortuna ricordavamo male: c’è una controsoffittatura di legno, e quindi non c’è bisogno di tutte quelle prolunghe per le aste di cui ci eravamo dotati. Goffredo, inoltre, ha provveduto ad affittare un castelletto che ci aiuterà a portare avanti i lavori con maggiore sicurezza. Una sicurezza che però non sembra interessare molto i nostri con-lavoratori, Mark e gli altri che stanno fissando dei pali per la recinzione del campetto sportivo polivalente, ai piedi della chiesa: si arrampicano su di un’impalcatura “essenziale” ed instabile, almeno ai nostri occhi; e quando tre giorni dopo, allorché, finito il nostro lavoro, gli offriamo il nostro castelletto, non lo prendono nemmeno in considerazione.

Lavorare in una chiesa non è un’esperienza comune, almeno non per tutti noi, quindi ci accompagna un rispetto per il luogo ed un timore reverenziale. Per questo i canti, che tradizionalmente accompagnano il lavoro, si concentrano su qualche Adeste fideles o Astro del ciel intonato a due voci. Solo quando Goffredo provvede a spostare dal tabernacolo il Santissimo, allora il nostro tenore si lancia in un Nessun dorma, che riscuote molto successo (con richieste di bis) tra la gente del villaggio che ogni tanto viene ad osservare il lavoro di questi tre italiani, nell’apparenza professionisti. “Mirë!” è l’esclamazione che sentiamo ripetere quando vengono a vedere la chiesa. In realtà noi eravamo preoccupati, perché la vernice portata è di colore giallino, e quindi diversa  rispetto al tradizionale bianco di molte chiese che abbiamo visto qui in Albania. Ma pare che questa variazione cromatica non disturbi, anzi “shumë i mirë”, molto bello, dicono soprattutto Mark e Agetina. E questo ci conforta molto.

Don Giovanni, il “padrone” di casa non c’è. È andato sui monti e non tornerà prima di qualche settimana. Ci piacerebbe incontrarlo, e vorremmo tanto conoscere quei luoghi, soprattutto renderci conto di cosa ha bisogno quella chiesa di cui ci hanno parlato Goffredo e Tiziana, ed a cui speriamo di dedicare il prossimo campo di lavoro. Il desiderio di andare è grande, ma non siamo qui per turismo, nemmeno “religioso”, e quindi anzitutto il lavoro!

In realtà la tinteggiatura della chiesa procede celermente. Siamo d’accordo che appena finiamo, aiuteremo gli operai che lavorano al campetto. L’atto finale è quello della pulizia dei banchi e delle finestre, per fortuna (si fa per dire…) che i ragazzi del villaggio ci aiutano nei lavori, scorrazzando e ridendo per la chiesa. Forse è il momento di più pura allegria che abbiamo vissuto, i ragazzi si sentono a casa propria e riprendono possesso in questo modo di quello che gli appartiene e che in un certo senso gli avevamo “sottratto” in questi giorni.

Ma…forse non tutto accade per caso: il giovedì completiamo il lavoro in chiesa e, dato che piove tutto il giorno, è impossibile lavorare al campetto, anche l’indomani. È deciso, grazie a Goffredo e Tiziana venerdì mattina prendiamo la via della montagna.

Il viaggio è lungo, inaspettatamente lungo, nonostante gli avvertimenti. Curve e controcurve, su di una strada che si inerpica tra boschi verdi. Dopo tre ore arriviamo mentre Don Giovanni porta a termine una celebrazione. Anche lui è visibilmente contento di vederci, così come noi. Giochiamo un po’ a pallavolo con alcuni ragazzi ed una suora che coriacemente lotta su tutte le palle, quindi pranzo luculliano anche qui (a cui del resto ci aveva già viziati Tiziana). Dopo pranzo andiamo con don Giovanni ad un villaggio vicino, dove visitiamo la chiesetta, distesa su di un verdissimo prato e circondata da un piccolo cimitero. Giù nella valle scorrono i fiumi e si vedono le montagne tutt’intorno, mentre un ragazzo porta a pascolare le sue capre, coperte di un vello particolarmente pulito e lucido. La bellezza di questa terra raggiunge il sublime e dispiace che di questo aspetto non si parli mai.

Siamo arrivati alla fine della nostra settimana di lavoro. Un’esperienza molto bella, vissuta in fraterna amicizia e confidando nella guida del Signore, a cui ci siamo affidati ed abbiamo affidato le nostre famiglie a Pescara. Solo il tempo di comprare qualche souvenir, un tubo giallo, qualche byrek per la cena, e ci avviamo lungo l’autostrada per Durazzo. Abbiamo molto da raccontare alle nostre mogli, ai nostri figli, ai nostri amici. Abbiamo progetti per il prossimo anno, ma ci servono forze nuove, che possano portare avanti insieme a noi un lavoro più grande. Forza amico, fatti avanti, c’è bisogno anche di te.

Ettore             Franco                       Virgilio

 

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